martedì 13 ottobre 2026

Assistenza domiciliare in Calabria

 




Assistenza domiciliare in Calabria: contano le cure che arrivano a casa

Per un anziano non autosufficiente, essere curato a casa significa poter restare nel proprio ambiente senza rinunciare all’assistenza necessaria. Perché questo sia possibile servono professionisti, tempo, risorse e un’organizzazione che li faccia lavorare insieme.

Una nostra elaborazione dell’indicatore del Sole 24 Ore sull’assistenza domiciliare (2026) rileva 32,90 euro per anziano residente come media italiana e 8,03 euro in Calabria: circa il 76% in meno.

Una dotazione insufficiente può tradursi in meno persone assistite, accessi meno frequenti e maggiori difficoltà nel garantire continuità. Anche il tempo necessario per raggiungere le abitazioni deve essere finanziato e organizzato, soprattutto nei piccoli centri e nelle zone interne.

Quando il servizio non riesce a rispondere, il bisogno rimane: se ne fanno carico i familiari, si ricorre a prestazioni private oppure si rinuncia. La fragilità sanitaria diventa così anche un problema economico e sociale.

L’Annuario del Ministero della Salute riferito al 2023 riporta 33 ore medie per caso anziano in Calabria, contro 14 nella media italiana. Questo dato sembrerebbe paradossale, ma ha una spiegazione semplice, compatibile con una concentrazione dell’assistenza sui pazienti più gravi. I malati raggiunti a domicilio sono solo quelli che necessitano di cure a più alta intensità. Le poche risorse sono concentrate sui casi più gravi.

Da dove nascono le carenze?

Un primo nodo riguarda la disponibilità di professionisti. La Banca d’Italia rilevava, a fine 2023, una dotazione complessiva di medici e infermieri del Servizio sanitario nazionale inferiore alla media delle regioni a statuto ordinario.

Un secondo nodo è il ritardo nella costruzione della rete territoriale. Secondo il rapporto della Banca d’Italia del 2026, alla fine del 2025 soltanto due delle 63 Case della comunità programmate risultavano attive con almeno un servizio. La stessa fonte segnala il raggiungimento del 10% di ultrasessantacinquenni assistiti a domicilio: un avanzamento nella copertura che deve essere accompagnato dalla valutazione delle cure effettivamente ricevute.

C’è poi un problema organizzativo: finanziare singole prestazioni non basta a costruire un percorso di cura. Se il medico di famiglia, l’infermiere, lo specialista, i professionisti della riabilitazione e i servizi sociali non condividono informazioni e obiettivi, la famiglia deve coordinare da sola gli interventi. Questa frammentazione è un possibile meccanismo di inefficienza da verificare nei singoli servizi, senza presumere che ogni distretto funzioni allo stesso modo.

Alla carenza di risorse possono quindi sommarsi difficoltà nel reclutamento, ritardi amministrativi e una debole integrazione tra assistenza sanitaria e sociale.

Come dovrebbe funzionare un’ADI realmente integrata? L’esempio dell’Emilia-Romagna

Il modello organizzativo descritto dall’Emilia-Romagna offre un riferimento concreto: valutazione dei bisogni, piano personalizzato, responsabile del caso e collaborazione fra professionisti sanitari e sociali. L’attivazione può partire dal medico di famiglia, dalla famiglia o da una dimissione protetta. È un modello da prendere come riferimento, la cui applicazione effettiva va comunque verificata.

Per il paziente questo dovrebbe significare:

  • Una valutazione complessiva: malattie, autonomia, condizioni dell’abitazione e possibilità reali dei familiari di prestare assistenza.
  • Un piano scritto e comprensibile: quali interventi occorrono, chi li esegue, con quale frequenza e con quali obiettivi.
  • Un referente riconoscibile: una persona che coordini il percorso e alla quale la famiglia possa rivolgersi.
  • Professionisti che lavorano insieme: medico di famiglia, infermiere, specialisti e fisioterapista secondo necessità, con il coinvolgimento dei servizi sociali e degli operatori assistenziali.
  • Continuità dopo il ricovero: una dimissione preparata, con i servizi necessari attivati e indicazioni chiare per affrontare eventuali peggioramenti.
  • Verifiche periodiche: il piano deve cambiare quando cambiano i bisogni.

Nel modello emiliano-romagnolo, gli interventi medici, infermieristici e riabilitativi si integrano con il sostegno alla cura personale e alla vita quotidiana, considerando anche il ruolo di chi assiste il malato.

La famiglia deve essere sostenuta, informata e coinvolta, senza diventare il sostituto di un servizio incompleto.

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