mercoledì 21 ottobre 2026

Come ti senti?
9 domande per fare il punto sul tuo umore

Ti senti giù, hai meno energia o hai perso interesse per ciò che prima ti piaceva?

Fermarti ad ascoltare come stai può essere un primo passo. Il PHQ-9 è un questionario di nove domande sui sintomi depressivi nelle ultime due settimane. Al termine troverai il punteggio, il suo significato e un’indicazione su come muoverti.

Un aiuto per orientarti, non una diagnosi. La tristezza può far parte della vita e non coincide necessariamente con una depressione. Il risultato va interpretato insieme alla tua storia e alle difficoltà che stai vivendo. Questa pagina è rivolta agli adulti.

Come compilare il test

Per ogni domanda scegli una sola risposta, pensando alle ultime due settimane. Non ci sono risposte giuste o sbagliate. Rispondi a tutte le nove domande per ottenere un risultato.

Il calcolo avviene sul tuo dispositivo. Questo questionario non invia le risposte al Moscati e non le salva in un archivio. Il risultato non viene letto o monitorato da un professionista.

Il tuo PHQ-9

Nelle ultime 2 settimane, con quale frequenza le ha dato fastidio ciascuno dei seguenti problemi?

Se il pulsante di calcolo non compare, il calcolo automatico non è disponibile: puoi usare i punteggi e la tabella riportati sotto o parlarne con il tuo medico.
1. Scarso interesse o piacere nel fare le cose
2. Sentirsi giù, triste o disperato/a
3. Problemi ad addormentarsi o a dormire tutta la notte senza svegliarsi, o a dormire troppo
4. Sentirsi stanco/a o avere poca energia
5. Scarso appetito o mangiare troppo
6. Avere una scarsa opinione di sé, o sentirsi un/una fallito/a o aver deluso se stesso/a o i propri familiari
7. Difficoltà a concentrarsi su qualcosa, per esempio leggere il giornale o guardare la televisione
8. Muoversi o parlare così lentamente da poter essere notato/a da altre persone. O, al contrario, essere così irrequieto/a da muoversi molto più del solito
9. Pensare che sarebbe meglio morire o farsi del male in un modo o nell’altro
L’impatto sulla vita quotidiana

Se ha indicato uno o più problemi, quanto questi problemi le hanno reso difficile fare il suo lavoro, occuparsi delle sue cose a casa o avere buoni rapporti con gli altri?

Questa risposta non aggiunge punti: aiuta a capire quanto i sintomi interferiscono con la vita quotidiana. È facoltativa.

Come leggere il punteggio

Ogni risposta vale da 0 a 3 punti: Mai = 0; Alcuni giorni = 1; Per più della metà dei giorni = 2; Quasi ogni giorno = 3. La somma delle nove risposte va da 0 a 27.

PuntiIntensità dei sintomi
0–4Assenti o minimi
5–9Lievi
10–14Moderati
15–19Moderatamente gravi
20–27Gravi

Il punteggio non è una percentuale di depressione. Da 10 punti in su è indicato un approfondimento clinico. Anche con un punteggio basso, chiedi aiuto se il disagio persiste, peggiora o ostacola la tua vita. Una risposta diversa da “Mai” alla domanda 9 richiede un confronto tempestivo con un professionista, indipendentemente dalla somma.

Sonno, stanchezza e appetito possono risentire anche di condizioni fisiche o farmaci: il colloquio medico aiuta a distinguere le possibili cause. Il risultato non indica da solo quale trattamento scegliere. Non iniziare, sospendere o modificare una terapia sulla base del test.

Vuoi parlarne con uno specialista?

Puoi rivolgerti al tuo medico di famiglia oppure contattare il Centro medico specialistico Moscati per informazioni e prenotazioni.

Chiama il Moscati · 0963 591976

Via P. De Maria 46/a
89900 Vibo Valentia

Il numero del centro è per informazioni e prenotazioni; non è un servizio di emergenza.

Fonti e riferimenti

  1. Kroenke K, Spitzer RL, Williams JBW. The PHQ-9: Validity of a Brief Depression Severity Measure. Journal of General Internal Medicine. 2001;16:606–613. Studio di validazione.
  2. PHQ-9, versione italiana – MDM Portal, derivata da PHQ Screeners. La domanda sull’impatto è presentata separatamente e non entra nel punteggio.
  3. University of Washington, National HIV Curriculum. PHQ-9: punteggio, interpretazione e approfondimento della domanda 9.

PHQ-9 sviluppato da Robert L. Spitzer, Janet B.W. Williams, Kurt Kroenke e colleghi, con un finanziamento di Pfizer. Non è richiesto un permesso per riproduzione, traduzione, visualizzazione o distribuzione dello strumento. I testi introduttivi e di accompagnamento al risultato sono divulgativi. Aggiornamento: ottobre 2026.

Meno antidepressivi in Calabria: siamo davvero più felici?

 


Perché i calabresi, pur vivendo in una delle regioni economicamente più svantaggiate d’Italia, usano meno farmaci antidepressivi dei cittadini della maggior parte delle regioni del Nord? Forse perché sono più felici?

È una domanda provocatoria, ma merita una risposta seria. Il consumo di antidepressivi non è una misura della felicità o dell’infelicità e, da solo, non ci dice quante persone soffrano di depressione. Per interpretarlo dobbiamo considerare anche il riconoscimento della malattia, l’accesso alle cure e la continuità dei trattamenti.

Che cosa dicono i numeri

Partiamo dai numeri. Nel rapporto nazionale AIFA OsMed relativo al 2024, il consumo di antidepressivi in Calabria è di 43,7 dosi standard ogni mille abitanti al giorno, contro 48,5 in Italia e 51,8 nel Nord. La Calabria presenta quindi un consumo inferiore di circa il 10% al valore nazionale. Le dosi standard, chiamate DDD, servono a confrontare i consumi: non rappresentano la percentuale di persone depresse. [1]

L’indagine del Sole 24 Ore, nell’edizione 2026 aggiornata il 29 giugno, permette invece di osservare le province. Per gli antidepressivi, sui dati di vendita del 2025, Catanzaro occupa il 38º posto e Vibo Valentia il 55º, in una graduatoria che colloca ai primi posti i territori con minore consumo. I valori sono rispettivamente 18,6 e 20 unità minime farmacologiche vendute per abitante. Una posizione migliore in questa classifica non dimostra automaticamente una migliore salute mentale. [2]

Lo svantaggio sociale e l’accesso alle cure

Il possibile paradosso emerge nell’Atlante delle disuguaglianze sociali nell’uso dei farmaci, pubblicato dall’AIFA nel 2021, con dati sui consumi del 2018. A livello nazionale, le persone residenti nelle aree più svantaggiate consumavano meno antidepressivi rispetto a quelle delle aree meno svantaggiate, benché la depressione sia associata anche alle difficoltà socioeconomiche.

Gli autori avanzano una possibile spiegazione: nelle fasce meno svantaggiate potrebbero esserci una maggiore consapevolezza della malattia e un accesso più agevole alle cure specialistiche. Segnalano anche differenze nelle abitudini prescrittive e nel riconoscimento dei disturbi. Sono ipotesi interpretative, non cause dimostrate.

Nella classificazione territoriale utilizzata dall’Atlante, basata sul censimento del 2011, oltre il 91% della popolazione calabrese viveva in comuni appartenenti al terzile più deprivato, cioè al gruppo di territori con maggiore svantaggio sociale. Questo dato descrive il contesto di residenza: non significa che ogni singolo abitante fosse povero.

Lo stesso studio rilevava consumi quasi doppi nelle donne e una continuità delle terapie problematica: meno della metà dei nuovi utilizzatori risultava aderente al trattamento e circa tre su dieci risultavano ancora in trattamento dopo un anno. Sono risultati storici, da non presentare come una fotografia attuale. [3]

Quanto è diffusa la depressione in Calabria?

La scheda regionale della sorveglianza PASSI 2023–2024, basata su 1.674 interviste, indica che quasi il 3% degli adulti intervistati riferisce sintomi depressivi. È una stima dei sintomi rilevati con un questionario, non della totalità delle diagnosi cliniche e nemmeno dei nuovi casi annuali.

La stessa indagine mostra che questi sintomi sono più frequenti tra le persone con difficoltà economiche, bassa istruzione, lavoro non regolare e patologie croniche.

Il 32% delle persone con sintomi depressivi non chiede aiuto a nessuno.

Chi riferisce questi sintomi segnala inoltre quasi undici giorni di cattiva salute psicologica nel mese precedente l’intervista. Dietro una percentuale apparentemente contenuta può quindi esserci una sofferenza importante. [4]

Gli specialisti: forti differenze tra province

C’è poi il tema dell’offerta sanitaria. Nell’indagine Sole 24 Ore 2026, l’indicatore sui medici specialisti, basato su dati Istat del 2023, colloca Vibo Valentia al 105º posto, tra le ultime province, con 20,9 specialisti ogni diecimila abitanti. Crotone è al 94º posto, Cosenza al 72º e Reggio Calabria al 60º. Catanzaro, invece, è al 6º posto, con 49,2 specialisti ogni diecimila abitanti. [2]

Sono differenze territoriali rilevanti. Ma l’indicatore comprende tutte le specialità: non misura specificamente la disponibilità di psichiatri, né i tempi di attesa o l’accessibilità effettiva delle cure per la depressione. Il quadro suggerisce di approfondire se le difficoltà di accesso alle cure possano contribuire al minor consumo di antidepressivi; questi dati, da soli, non dimostrano tale rapporto.

La domanda da porci

Siamo dunque più felici? Questi dati non permettono di affermarlo. Permettono però di porre una domanda più utile:

Chi soffre di depressione in Calabria riesce a riconoscere il problema, chiedere aiuto e ricevere cure adeguate?

L’obiettivo non dovrebbe essere consumare più farmaci o scalarne una classifica. Dovrebbe essere garantire a ogni persona una valutazione tempestiva, il trattamento appropriato e un’assistenza continuativa. Solo così un minor consumo potrà essere interpretato alla luce dei bisogni reali, senza scambiare una sofferenza poco riconosciuta per benessere.

Riferimenti bibliografici

  1. Agenzia Italiana del Farmaco, Osservatorio Nazionale sull’Impiego dei Medicinali. L’uso dei farmaci in Italia. Rapporto nazionale anno 2024. Roma: AIFA, 2025. Tabella 3.6.2c, p. 554: consumi regionali di antidepressivi. Rapporto completo (PDF).
  2. Il Sole 24 Ore – Lab24. Qualità della vita delle generazioni: anziani, edizione 2026. Indicatore «Farmaci antidepressivi», fonte IQVIA, dati 2025; indicatore «Medici specialisti», fonte Istat, dati 2023. Per gli antidepressivi è utilizzata la versione corretta il 29 giugno 2026. Indagine e classifiche interattive.
  3. Agenzia Italiana del Farmaco. Atlante delle disuguaglianze sociali nell’uso dei farmaci per la cura delle principali malattie croniche. Roma: AIFA, 2021. Tabella 2 e capitolo sulla depressione, tabelle 5.1–5.2. Consumi 2018; indice di deprivazione basato sul censimento 2011. Atlante completo (PDF).
  4. Gruppo di Coordinamento Sorveglianze PASSI e PASSI d’Argento – Regione Calabria. La depressione in Calabria: i dati del sistema di sorveglianza PASSI 2023–2024. Scheda pubblicata su EpiCentro, Istituto Superiore di Sanità, 2026. Scheda regionale (PDF).

Fonti consultate il 21 ottobre 2026. Gli anni di riferimento dei dati sono indicati nel testo e possono differire dall’anno di pubblicazione.


Posti letto ospedalieri: Confronto con Emilia Romagna



 



Secondo il confronto da noi elaborato sui dati del Ministero della Salute disponibili al 1° gennaio 2023, risultavano 3,69 posti letto di degenza ordinaria ogni mille abitanti in Emilia-Romagna e 1,63 nella provincia di Vibo Valentia: una differenza di circa il 56%. 

Dietro quei numeri ci sono persone che aspettano, familiari che si spostano, anziani fragili e professionisti chiamati a sostenere servizi in difficoltà. Questi effetti sono documentati attraverso dati su tempi di attesa, ricoveri, trasferimenti e mobilità sanitaria.

Ai cittadini spetta una scelta: continuare a considerare inevitabile questa distanza oppure organizzarsi per ottenere risposte. 

Essere calabresi non dovrebbe significare avere meno accesso alle cure. Essere vibonesi non dovrebbe significare doversi rassegnare.

F. Mellea — Medicina e Territorio


lunedì 19 ottobre 2026

Posti letto ospedalieri a Vibo Valentia
Confronto media Italia

 

POSTI LETTO A VIBO: QUASI LA METÀ DELLA MEDIA ITALIANA. CHI DEVE RISPONDERNE?

Pago le tasse. Contribuisco al Servizio sanitario nazionale. Vivo a Vibo Valentia.

Perché la possibilità di curarmi vicino a casa deve dipendere così pesantemente dal luogo in cui abito?


Partiamo dai numeri, distinguendo la dotazione ospedaliera complessiva dai posti letto per specialità ad elevata assistenza.

Il confronto Istat: Italia, Calabria e Vibo

Il rapporto BesT Calabria 2025 dell’Istat, con dati riferiti al 2022, riporta:

Territorio Posti letto ospedalieri ogni 1.000 abitanti
Italia 3,33
Calabria 2,96
Provincia di Vibo Valentia 1,78

Vibo presenta una dotazione inferiore del 46,5% alla media italiana e del 39,9% a quella calabrese. Il denominatore è l’intera popolazione residente, non soltanto quella anziana. La serie comprende anche i posti in day surgery.

È una distanza che pretende una risposta pubblica. Una rete ospedaliera distribuisce funzioni diverse tra i territori, ma chi programma deve spiegare come garantisce ai vibonesi cure accessibili, trasferimenti tempestivi e continuità assistenziale.

L’elevata assistenza: il divario si allarga

La classifica del Sole 24 Ore sulla Qualità della vita degli anziani, edizione 2026, comprende l’indicatore dei posti letto per specialità ad elevata assistenza. È una componente specifica della dotazione ospedaliera.


Il confronto con le medie Istat dello stesso anno di riferimento, il 2022, è questo:

Territorio Posti letto per specialità ad elevata assistenza ogni 10.000 abitanti
Italia 3,2
Calabria 2,7
Provincia di Vibo Valentia 1,2

Vibo è sotto la media italiana del 62,5% e sotto quella calabrese del 55,6%.

Le cinque province calabresi

Provincia Posti letto complessivi ogni 1.000 abitanti Elevata assistenza ogni 10.000 abitanti
Catanzaro 4,31 6,0
Crotone 3,70 3,1
Reggio Calabria 2,78 2,5
Cosenza 2,50 1,5
Vibo Valentia 1,78 1,2


Vibo è ultima in entrambi gli indicatori.       Fonte: Istat, BesT Calabria 2025, tavola 11, dati 2022; conversione dei valori complessivi da 10.000 a 1.000 abitanti e differenze percentuali: nostra elaborazione.


Questi dati descrivono una dotazione storica: non certificano quanti letti siano effettivamente utilizzabili oggi. Proprio per questo serve una rendicontazione aggiornata, reparto per reparto. I cittadini hanno diritto di sapere quali servizi funzionano adesso, non soltanto quali compaiono nei programmi.

Come siamo arrivati a questo punto?

La crisi sanitaria calabrese ha una storia amministrativa e politica precisa. Nella sentenza n. 168 del 2021, la Corte costituzionale ricostruisce le gravi criticità contabili che accompagnavano il piano di rientro del 2009. Descrive inoltre una «distruttiva conflittualità» fra Regione e struttura commissariale e richiama lo Stato alla necessità di rendere efficace il proprio intervento.

Conti inaffidabili ostacolano la programmazione. I conflitti istituzionali disperdono energie e rendono meno riconoscibili le responsabilità. Il risanamento finanziario, quando non procede insieme alla ricostruzione dei servizi, lascia irrisolto il problema fondamentale: dove e come vengono curate le persone?

Le responsabilità politiche e amministrative vanno cercate nelle decisioni degli esecutivi regionali, nella gestione delle aziende sanitarie, nell’azione delle strutture commissariali e nell’efficacia dei controlli statali. 

Il rimpallo fra Catanzaro e Roma non può continuare a essere la risposta a chi ha bisogno di un ricovero.

Un posto letto richiede personale

La Banca d’Italia riferisce che, a fine 2023, la Calabria disponeva di circa 100 medici e infermieri del Servizio sanitario nazionale ogni 10.000 abitanti, contro 114 nelle regioni a statuto ordinario.

Un letto senza un’équipe sufficiente non garantisce assistenza. Servono medici, infermieri, operatori, diagnostica e turni sostenibili.

Pensionamenti e fabbisogni richiedono programmazione. Le difficoltà di reclutamento richiedono soluzioni: condizioni professionali adeguate, équipe stabili e percorsi capaci di attrarre e trattenere personale. Chi dirige deve rendere conto delle assunzioni previste, di quelle realizzate e degli ostacoli rimasti.

Dire “manca personale” deve essere l’inizio di una risposta, non la sua conclusione.

Ospedale e territorio devono funzionare insieme

La riduzione o riconversione di un servizio deve accompagnarsi ad alternative concretamente accessibili. Assistenza domiciliare, riabilitazione e dimissioni protette richiedono operatori, interventi programmati e continuità.

Se l’alternativa resta sulla carta, il bisogno ricade sulle famiglie e sui servizi rimasti aperti. Un edificio inaugurato o una prestazione prevista in un piano non bastano: bisogna misurare quante persone vengono assistite e con quali risultati.

La legalità è parte del diritto alla salute

A Vibo esiste un fatto istituzionale documentato: con il decreto del Presidente della Repubblica del 30 settembre 2024, la gestione dell’ASP è stata affidata a una commissione straordinaria a seguito degli accertamenti sui condizionamenti della criminalità organizzata.

Questo non autorizza accuse indiscriminate agli operatori. Impone però una domanda severa sull’efficacia delle protezioni e dei controlli esercitati sull’azienda sanitaria.

Nomine, contratti e decisioni devono servire i pazienti. La sanità non può essere terreno di conquista.

Quasi 308 milioni: il peso della mobilità sanitaria

Nella contabilità sanitaria calabrese del 2024, il saldo negativo complessivo della mobilità sanitaria extraregionale e internazionale raggiunge 307.947.604 euro: quasi 308 milioni, come riportato nel decreto regionale n. 4254 del 18 marzo 2026. È un saldo contabile dell’intera Calabria, riferito alla mobilità sanitaria complessiva, non alla sola spesa per ricoveri né ai soli cittadini vibonesi.

Una parte degli spostamenti è appropriata, soprattutto per prestazioni altamente specialistiche. Ma quando si deve partire per cure che potrebbero essere garantite vicino a casa, il sistema locale deve interrogarsi sulle proprie insufficienze.

Alle somme contabilizzate si aggiungono le spese affrontate dalle famiglie: viaggi, pernottamenti, accompagnamento e tempo sottratto al lavoro. La distanza pesa di più su chi dispone di meno risorse.

Contribuiamo al medesimo Servizio sanitario nazionale. Pretendiamo che il diritto alle cure sia concretamente esercitabile anche qui.

Le richieste hanno destinatari precisi

Alla Regione Calabria: pubblicare il piano per recuperare il divario del Vibonese, con fabbisogni, finanziamenti, scadenze e responsabili dell’attuazione.

Alla direzione dell’ASP: rendere disponibili, reparto per reparto, posti programmati, posti realmente attivi, sospensioni e personale necessario a recuperare capacità assistenziale.

Al Governo e ai Ministeri competenti: rendere conto dell’efficacia degli interventi e dei controlli esercitati nel tempo.

Ai rappresentanti politici del territorio: ottenere risposte nelle sedi istituzionali e riferire pubblicamente quali risultati abbiano conseguito.

Non chiediamo promesse generiche. Chiediamo dati aggiornati, impegni verificabili e un confronto pubblico.

Essere calabresi non deve significare avere meno possibilità di curarsi. Essere vibonesi non deve significare rassegnarsi.

F. Mellea — medicinaeterritorio.com

martedì 13 ottobre 2026

Assistenza domiciliare in Calabria

 




Assistenza domiciliare in Calabria: contano le cure che arrivano a casa

Per un anziano non autosufficiente, essere curato a casa significa poter restare nel proprio ambiente senza rinunciare all’assistenza necessaria. Perché questo sia possibile servono professionisti, tempo, risorse e un’organizzazione che li faccia lavorare insieme.

Una nostra elaborazione dell’indicatore del Sole 24 Ore sull’assistenza domiciliare (2026) rileva 32,90 euro per anziano residente come media italiana e 8,03 euro in Calabria: circa il 76% in meno.

Una dotazione insufficiente può tradursi in meno persone assistite, accessi meno frequenti e maggiori difficoltà nel garantire continuità. Anche il tempo necessario per raggiungere le abitazioni deve essere finanziato e organizzato, soprattutto nei piccoli centri e nelle zone interne.

Quando il servizio non riesce a rispondere, il bisogno rimane: se ne fanno carico i familiari, si ricorre a prestazioni private oppure si rinuncia. La fragilità sanitaria diventa così anche un problema economico e sociale.

L’Annuario del Ministero della Salute riferito al 2023 riporta 33 ore medie per caso anziano in Calabria, contro 14 nella media italiana. Questo dato sembrerebbe paradossale, ma ha una spiegazione semplice, compatibile con una concentrazione dell’assistenza sui pazienti più gravi. I malati raggiunti a domicilio sono solo quelli che necessitano di cure a più alta intensità. Le poche risorse sono concentrate sui casi più gravi.

Da dove nascono le carenze?

Un primo nodo riguarda la disponibilità di professionisti. La Banca d’Italia rilevava, a fine 2023, una dotazione complessiva di medici e infermieri del Servizio sanitario nazionale inferiore alla media delle regioni a statuto ordinario.

Un secondo nodo è il ritardo nella costruzione della rete territoriale. Secondo il rapporto della Banca d’Italia del 2026, alla fine del 2025 soltanto due delle 63 Case della comunità programmate risultavano attive con almeno un servizio. La stessa fonte segnala il raggiungimento del 10% di ultrasessantacinquenni assistiti a domicilio: un avanzamento nella copertura che deve essere accompagnato dalla valutazione delle cure effettivamente ricevute.

C’è poi un problema organizzativo: finanziare singole prestazioni non basta a costruire un percorso di cura. Se il medico di famiglia, l’infermiere, lo specialista, i professionisti della riabilitazione e i servizi sociali non condividono informazioni e obiettivi, la famiglia deve coordinare da sola gli interventi. Questa frammentazione è un possibile meccanismo di inefficienza da verificare nei singoli servizi, senza presumere che ogni distretto funzioni allo stesso modo.

Alla carenza di risorse possono quindi sommarsi difficoltà nel reclutamento, ritardi amministrativi e una debole integrazione tra assistenza sanitaria e sociale.

Come dovrebbe funzionare un’ADI realmente integrata? L’esempio dell’Emilia-Romagna

Il modello organizzativo descritto dall’Emilia-Romagna offre un riferimento concreto: valutazione dei bisogni, piano personalizzato, responsabile del caso e collaborazione fra professionisti sanitari e sociali. L’attivazione può partire dal medico di famiglia, dalla famiglia o da una dimissione protetta. È un modello da prendere come riferimento, la cui applicazione effettiva va comunque verificata.

Per il paziente questo dovrebbe significare:

  • Una valutazione complessiva: malattie, autonomia, condizioni dell’abitazione e possibilità reali dei familiari di prestare assistenza.
  • Un piano scritto e comprensibile: quali interventi occorrono, chi li esegue, con quale frequenza e con quali obiettivi.
  • Un referente riconoscibile: una persona che coordini il percorso e alla quale la famiglia possa rivolgersi.
  • Professionisti che lavorano insieme: medico di famiglia, infermiere, specialisti e fisioterapista secondo necessità, con il coinvolgimento dei servizi sociali e degli operatori assistenziali.
  • Continuità dopo il ricovero: una dimissione preparata, con i servizi necessari attivati e indicazioni chiare per affrontare eventuali peggioramenti.
  • Verifiche periodiche: il piano deve cambiare quando cambiano i bisogni.

Nel modello emiliano-romagnolo, gli interventi medici, infermieristici e riabilitativi si integrano con il sostegno alla cura personale e alla vita quotidiana, considerando anche il ruolo di chi assiste il malato.

La famiglia deve essere sostenuta, informata e coinvolta, senza diventare il sostituto di un servizio incompleto.

martedì 6 ottobre 2026

Percorso Completo Sarcopenia Obesita 6 items


 

Dieta Low-FODMAP

Troppi zuccheri nella dieta?


 Ti capita di avere la pancia gonfia, dolore o il bisogno urgente di andare in bagno dopo mangiato?

A volte possono contribuire alcune sostanze presenti negli alimenti, chiamate con una sigla in inglese FODMAP.

E cosa sono i FODMAP?

Sono alcuni tipi di zuccheri e altri carboidrati che l’intestino può assorbire con difficoltà. Possono richiamare acqua e venire fermentati dai batteri intestinali, producendo gas.

Se il tuo intestino è particolarmente sensibile, questo può accentuare gonfiore e dolore.

Si trovano anche in alimenti sani: il problema non è che quei cibi siano dannosi, ma quanto ne mangi e come li tolleri.

Concretamente, che cosa devi ridurre?

Nella prima fase, per esempio, aglio e cipolla, mele e pere, latte e yogurt comuni contenenti lattosio. Anche porzioni abbondanti di alcuni legumi e di pane o pasta di frumento possono contribuire ai disturbi.

Attenzione anche al sorbitolo e al mannitolo, dolcificanti presenti in alcune caramelle e gomme da masticare senza zucchero.

E che cosa puoi mangiare al loro posto?

Puoi scegliere, nelle porzioni adatte, riso, patate o pasta di mais e riso; latte e yogurt senza lattosio; carote, melanzane e lattuga; kiwi, arance o mandarini.

Anche uova, pesce e carne, preparati senza impanature e senza salse contenenti aglio o cipolla, possono far parte dell’alimentazione.

Non serve eliminare tutta la frutta, tutte le verdure o tutti i latticini. E non si tratta di eliminare tutti gli zuccheri.

Ridurre il frumento, inoltre, non significa che tu sia intollerante al glutine: qui parliamo di alcuni carboidrati presenti nel frumento.

Le quantità contano: un alimento può essere tollerato in una piccola porzione e provocare disturbi in una più abbondante.

Il percorso comprende tre fasi.

Prima si riducono temporaneamente gli alimenti ricchi di FODMAP, generalmente per non più di quattro–sei settimane.

Poi, se stai meglio, si reintroducono gradualmente, per capire quali tolleri e in quale quantità.

Infine si costruisce un’alimentazione adatta a te, il più possibile varia, piacevole e sostenibile.

Questa dieta non funziona per tutti. Se non ti aiuta, bisogna rivalutare il percorso, senza continuare ad aggiungere rinunce.

Per questo è importante una valutazione medica e l’aiuto di un professionista della nutrizione.

L’obiettivo è permetterti di tornare a tavola con più serenità.


MOSCATI — Centro medico specialistico, Vibo Valentia

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