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martedì 3 novembre 2026

Dieta chetogenica: funziona se la sai usare!

IL MONDO DELLE DIETE · DIETA CHETOGENICA

Dieta chetogenica: e se fosse molto meglio di quanto ci hanno raccontato?

Fa dimagrire, può ridurre la fame, migliorare la glicemia e modificare favorevolmente alcuni parametri metabolici. Eppure continua a suscitare diffidenza. È davvero giustificata?

«Dottore, ho eliminato pane, pasta e dolci. Mangio pesce, carne, uova, verdure e olio d'oliva. Ho perso peso e non soffro più la fame. Perché tutti mi dicono che questa dieta fa male?»

È una domanda che merita una risposta diversa dai soliti luoghi comuni.

Per anni abbiamo considerato quasi intoccabile un modello alimentare ricco di carboidrati, mentre qualsiasi dieta che prevedesse una loro drastica riduzione veniva guardata con sospetto.

Ma la scienza non deve difendere le abitudini. Deve verificare i risultati.

E i risultati della dieta chetogenica, soprattutto nel trattamento dell'obesità, meritano molta più attenzione di quanta spesso ne ricevano.

1. Il nostro organismo può funzionare anche con pochissimi carboidrati

La dieta chetogenica riduce generalmente i carboidrati a circa 20–50 grammi al giorno, modificando profondamente il metabolismo energetico.

Quando diminuisce l'apporto di carboidrati, l'organismo aumenta l'utilizzazione dei grassi e il fegato produce corpi chetonici, che diventano una fonte di energia alternativa per diversi tessuti, compreso il cervello.

È la cosiddetta chetosi nutrizionale.

Non è una malattia. È una condizione metabolica fisiologica, distinta dalla pericolosa chetoacidosi diabetica.

Il nostro organismo possiede quindi una notevole flessibilità metabolica: può utilizzare il glucosio ma anche, in determinate condizioni, una maggiore quantità di grassi e corpi chetonici.

Naturalmente, questo non significa che tutte le persone debbano entrare in chetosi o che i carboidrati siano dannosi.

2. Il primo grande vantaggio: si può dimagrire davvero

La dieta chetogenica può produrre una riduzione significativa del peso, spesso evidente già nelle prime settimane.

Una parte della perdita iniziale dipende dalla diminuzione delle riserve di glicogeno e dell'acqua associata. Ma sarebbe scorretto concludere che si perda soltanto acqua.

Quando l'apporto energetico diventa inferiore al consumo, diminuisce anche la massa grassa.

Una metanalisi pubblicata nel 2024 sull'American Journal of Clinical Nutrition, comprendente 27 studi randomizzati e 1.278 partecipanti, ha osservato una riduzione media del peso di circa 2,6 kg rispetto ai gruppi di controllo, con considerevole variabilità tra gli studi.

Non significa che ogni persona perderà esattamente questo peso. Il risultato dipende dalla durata, dal protocollo e dalle caratteristiche individuali.

Il vantaggio più interessante, però, potrebbe essere un altro: per alcune persone la chetogenica rende più semplice mangiare meno senza percepire continuamente la fame.

3. Dimagrire senza combattere continuamente contro la fame

Chi ha provato numerose diete conosce il problema: si riducono le porzioni, si contano le calorie e dopo qualche giorno compare una fame difficile da controllare.

Alcuni studi suggeriscono che la chetosi nutrizionale possa attenuare l'aumento dell'appetito normalmente associato al dimagrimento.

Le possibili spiegazioni comprendono modificazioni dei segnali ormonali della fame, maggiore sazietà legata alla composizione dei pasti e una risposta individuale ai corpi chetonici.

Per alcune persone questa può essere una differenza decisiva: seguire una dieta senza trascorrere tutta la giornata pensando al prossimo pasto.

Non è un effetto universale e non elimina la necessità di un bilancio energetico adeguato. Ma è un vantaggio pratico che non dovrebbe essere sottovalutato.

4. Glicemia e insulina: benefici metabolici interessanti

Riducendo drasticamente pane, pasta, dolci, bevande zuccherate e altri alimenti ricchi di carboidrati, diminuisce generalmente l'escursione glicemica successiva ai pasti.

In persone con insulino-resistenza o diabete di tipo 2, questo può tradursi in un miglioramento della glicemia e, in alcuni casi, dell'emoglobina glicata.

Nei pazienti opportunamente selezionati, il miglior controllo metabolico può permettere anche una rivalutazione della terapia farmacologica, esclusivamente sotto supervisione medica.

È un aspetto particolarmente interessante per chi presenta obesità addominale, prediabete e alterazioni metaboliche.

Non bisogna però trasformare una possibilità terapeutica in una promessa universale: negli studi di durata maggiore la superiorità rispetto ad altre diete ben strutturate non è costante.

5. Trigliceridi e colesterolo HDL: risultati spesso favorevoli

Il miglioramento del peso non è l'unico risultato osservato negli studi sulla dieta chetogenica.

Un effetto abbastanza frequente è la riduzione dei trigliceridi, talvolta accompagnata da un aumento del colesterolo HDL.

La metanalisi del 2024 citata in precedenza ha documentato miglioramenti medi anche della glicemia, dell'insulina circolante e della pressione diastolica.

Questi cambiamenti sono interessanti soprattutto nelle persone che presentano un quadro di obesità e disfunzione metabolica.

Esiste però una distinzione fondamentale: il colesterolo LDL può aumentare, anche sensibilmente, in alcuni soggetti.

Per questo un miglioramento dei trigliceridi non rende irrilevante l'LDL. La valutazione deve comprendere il profilo lipidico completo e il rischio cardiovascolare individuale.

6. La chetogenica non è soltanto una dieta dimagrante

Chi considera la dieta chetogenica una semplice moda dimentica che esistono applicazioni terapeutiche utilizzate da molti decenni.

Il caso più noto è quello di alcune forme di epilessia farmacoresistente, soprattutto in età pediatrica, nelle quali la terapia dietetica chetogenica può ridurre significativamente la frequenza delle crisi.

Inoltre, protocolli chetogenici specifici vengono studiati e utilizzati in ambito clinico per la gestione dell'obesità e delle sue complicanze metaboliche.

Il gruppo di lavoro della Società Italiana di Endocrinologia ha pubblicato un documento di consenso dedicato alla terapia nutrizionale chetogenica e ai protocolli a bassissimo contenuto calorico.

Questi ultimi, denominati VLCKD, non devono essere confusi con una generica dieta ricca di grassi: prevedono una composizione nutrizionale controllata, fasi successive e supervisione clinica.

Altre applicazioni, comprese quelle neurologiche e oncologiche, sono oggetto di ricerca, ma non costituiscono indicazioni terapeutiche consolidate per sostituire le cure standard.

7. Possiamo fare una chetogenica mediterranea, persino calabrese?

La dieta chetogenica viene spesso rappresentata attraverso immagini di bacon, burro, hamburger e formaggi grassi.

Ma questa è soltanto una delle possibili interpretazioni, e certamente non quella che preferiremmo proporre in un contesto di prevenzione cardiovascolare.

Immaginiamo invece una versione costruita con alimenti familiari alla nostra tradizione calabrese:

  • Olio extravergine d'oliva come principale grasso da condimento.
  • Sarde, alici, sgombro e altro pesce azzurro.
  • Uova, carni bianche e quantità appropriate di altri alimenti proteici.
  • Cicoria, bietole, broccoli, zucchine e verdure povere di carboidrati.
  • Noci, mandorle e olive, in porzioni controllate.
  • Acqua e bevande non zuccherate.

Pane, pasta, patate, legumi e gran parte della frutta vengono limitati in modo significativo durante la fase chetogenica, ma non per questo sono alimenti nocivi.

La provocazione è semplice: perché identificare la chetogenica con burro e pancetta, quando possiamo costruirla privilegiando olio d'oliva, pesce e verdure?

Questo approccio può migliorare la qualità complessiva dei grassi alimentari, pur senza eliminare la necessità di controllare l'adeguatezza nutrizionale e il profilo lipidico.

8. E tutti i rischi di cui sentiamo parlare?

È giusto parlarne. Ma distinguiamo gli effetti transitori, gli inconvenienti correggibili e le vere controindicazioni.

Nei primi giorni possono comparire cefalea, stanchezza, nausea, stitichezza o maggiore perdita di liquidi. Sono disturbi spesso temporanei, che possono richiedere aggiustamenti del piano alimentare, dell'idratazione e dell'apporto di fibre e minerali.

Non devono però essere automaticamente considerati innocui, soprattutto nelle persone fragili o trattate con diuretici e antipertensivi.

Un secondo problema riguarda l'aumento del colesterolo LDL in alcuni individui. Non è un dettaglio: livelli elevati di LDL rappresentano un fattore causale dell'aterosclerosi e richiedono una valutazione clinica.

Esistono inoltre situazioni nelle quali la chetogenica deve essere evitata o considerata soltanto nell'ambito di protocolli specialistici.

Tra queste rientrano gravidanza, allattamento, alcuni disturbi metabolici congeniti, diabete di tipo 1 e condizioni cliniche che rendano rischiosa una dieta fortemente restrittiva.

Particolare attenzione ai farmaci antidiabetici: insulina e sulfaniluree possono richiedere una riduzione della dose per prevenire ipoglicemie. Nei pazienti trattati con SGLT2-inibitori, le raccomandazioni ADA 2026 scoraggiano la dieta chetogenica per il rischio di chetoacidosi, anche con glicemia non molto elevata.

La conclusione non è che la chetogenica sia pericolosa per tutti. È che deve essere proposta alle persone giuste, con il protocollo giusto.

9. Dieta mediterranea contro dieta chetogenica: perché dovremmo scegliere una sola vincitrice?

La dieta mediterranea dispone di evidenze solide per la prevenzione cardiovascolare ed è generalmente semplice da mantenere nel tempo.

La dieta chetogenica, invece, può risultare particolarmente interessante quando la priorità è ottenere una riduzione del peso e migliorare alcuni parametri metabolici in tempi relativamente brevi.

Ma nessuna delle due è automaticamente vincente in ogni situazione.

Aspetto Chetogenica Mediterranea
Peso Spesso riduzione iniziale rapida Efficace con adeguato deficit calorico
Appetito Possibile attenuazione della fame Sazietà favorita da fibre e alimenti poco raffinati
Glicemia Possibile miglioramento nel breve periodo Benefici documentati nel controllo metabolico
Cuore Effetti contrastanti sui lipidi; esiti clinici a lungo termine incerti Evidenze consolidate su eventi cardiovascolari
Durata Richiede pianificazione e controllo Generalmente più flessibile e sostenibile

Esiste anche una possibilità interessante: utilizzare un protocollo chetogenico per un periodo definito, quando clinicamente indicato, e successivamente passare a un'alimentazione mediterranea equilibrata per il mantenimento.

Non è una strategia necessaria per tutti e la sua efficacia a lungo termine dipende soprattutto dalla capacità di mantenere i risultati.

10. Il vero errore? Scartare una dieta efficace soltanto perché è diversa da quella tradizionale

Quando una persona con obesità riesce a perdere peso, ridurre la circonferenza addominale e migliorare alcuni parametri metabolici, abbiamo ottenuto risultati che meritano attenzione.

Se una dieta chetogenica ben progettata aiuta a raggiungere questi obiettivi, perché dovremmo rifiutarla per principio?

Non dobbiamo neppure commettere l'errore opposto: considerarla una soluzione miracolosa, indipendente dalle calorie o superiore a qualsiasi altro modello alimentare.

Le evidenze dimostrano che può funzionare. Non dimostrano che sia indispensabile per dimagrire o che garantisca una migliore salute cardiovascolare a lungo termine.

IL NOSTRO GIUDIZIO

La dieta chetogenica merita di essere considerata una strategia nutrizionale seria, non una moda da liquidare con sufficienza. Può offrire benefici concreti in persone selezionate, soprattutto nel trattamento dell'obesità e di alcune alterazioni metaboliche. Il suo valore dipende dall'indicazione clinica, dalla qualità degli alimenti, dal monitoraggio e dalla capacità di mantenere i risultati.

Conclusione: meno pregiudizi, più medicina

La dieta mediterranea rimane un eccellente modello di riferimento per la salute della popolazione.

Ma questo non significa che tutte le altre strategie alimentari debbano essere giudicate inferiori per definizione.

La dieta chetogenica ha dimostrato di poter favorire il dimagrimento, attenuare l'appetito in alcune persone e migliorare diversi indicatori metabolici.

La domanda giusta non è se la dieta chetogenica sia buona o cattiva. È per chi, quando, per quanto tempo e con quali controlli possa rappresentare una scelta vantaggiosa.

In medicina, le convinzioni contano meno delle prove. E i risultati di una terapia nutrizionale non dovrebbero essere ignorati soltanto perché mettono in discussione le nostre abitudini.


Il mondo delle diete

Questo articolo appartiene alla serie dedicata alle diete buone, cattive, strane, vicine e lontane: un viaggio tra tradizioni alimentari, mode e prove scientifiche.

Perché esistono tante diete? Leggi l'articolo inaugurale

Dieta mediterranea: è davvero la migliore per la nostra salute?

Fonti scientifiche

  1. Impact of the ketogenic diet as a dietary approach on cardiovascular disease risk factors: a meta-analysis of randomized clinical trials. American Journal of Clinical Nutrition, 2024. Studio originale.
  2. Ketogenic nutritional therapy (KeNuT): a consensus statement from the Italian Society of Endocrinology working group. 2024. Documento scientifico.
  3. The effects of the ketogenic diet for the management of type 2 diabetes mellitus: a systematic review and meta-analysis. PubMed.
  4. American Diabetes Association. Standards of Care in Diabetes 2026, sezione 9. Documento ufficiale.

Nota sanitaria: articolo divulgativo. Una dieta chetogenica, soprattutto se molto ipocalorica, richiede un'adeguata valutazione clinica e nutrizionale. Non modificare autonomamente le terapie farmacologiche.


Dr Francesco Mellea
medicinaeterritorio.com

Dieta chetogenica: fa dimagrire davvero? Benefici, rischi e cosa dice la scienza


IL MONDO DELLE DIETE

Eliminare quasi completamente pane, pasta e zuccheri per dimagrire rapidamente: una strategia efficace o una moda alimentare con qualche rischio?

«Dottore, vorrei provare la dieta chetogenica. Mi hanno detto che posso mangiare formaggi, uova e carne e dimagrire senza soffrire la fame».

È una domanda sempre più frequente. La dieta chetogenica è diventata popolare perché promette risultati relativamente rapidi, soprattutto nelle prime settimane.

Ma perdere peso non significa automaticamente migliorare la salute. E soprattutto non tutte le persone possono seguire questa dieta con sicurezza.

Che cos'è la dieta chetogenica?

La dieta chetogenica è un'alimentazione caratterizzata da una riduzione molto marcata dei carboidrati, generalmente fino a circa 20–50 grammi al giorno, con una quota elevata di grassi e una quantità di proteine variabile secondo il protocollo.

Quando l'apporto di carboidrati diventa molto basso, l'organismo riduce la disponibilità di glucosio proveniente dall'alimentazione e aumenta la produzione epatica di corpi chetonici, utilizzabili come fonte energetica da diversi tessuti.

Questo stato metabolico prende il nome di chetosi nutrizionale e non deve essere confuso con la chetoacidosi diabetica, una condizione patologica potenzialmente grave.

Che cosa si mangia?

Una dieta chetogenica comprende generalmente uova, pesce, carne, olio extravergine di oliva, frutta secca, alcuni latticini e verdure povere di carboidrati.

Vengono invece fortemente limitati pane, pasta, riso, patate, legumi, molti tipi di frutta, dolci e bevande zuccherate.

Nella nostra tradizione calabrese questo significa modificare profondamente abitudini quotidiane come mangiare pane integrale, pasta con verdure, ceci, fagioli e frutta di stagione.

Una precisazione importante: la dieta chetogenica non è necessariamente una dieta ricca di carne e burro. Anche la qualità dei grassi conta: privilegiare olio extravergine, pesce e frutta secca è generalmente più favorevole rispetto a un'alimentazione ricca di grassi saturi.

Perché si dimagrisce rapidamente?

Nelle prime settimane il peso può diminuire sensibilmente per diversi motivi:

  • riduzione delle riserve di glicogeno e dell'acqua associata;
  • possibile riduzione dell'appetito;
  • maggiore selezione degli alimenti e conseguente riduzione spontanea delle calorie;
  • perdita di massa grassa quando si realizza un deficit energetico.

Attenzione però: non tutti i chilogrammi persi inizialmente sono grasso corporeo.

E soprattutto, se confrontata con altre diete ben strutturate, la chetogenica non mostra una superiorità costante nel mantenimento del peso a lungo termine.

Può migliorare il diabete?

Riducendo notevolmente i carboidrati, la glicemia dopo i pasti tende a diminuire. In alcune persone con diabete di tipo 2 si osservano miglioramenti della glicemia e dell'emoglobina glicata nel breve periodo.

Ma gli studi che confrontano la dieta chetogenica con altri regimi alimentari non dimostrano un vantaggio stabile in tutti i pazienti.

L'American Diabetes Association, nelle raccomandazioni del 2026, considera la riduzione dei carboidrati una possibile strategia individualizzata, ma continua a sottolineare l'importanza della qualità degli alimenti, della sostenibilità della dieta e della prevenzione cardiovascolare.

Un'avvertenza fondamentale: chi assume insulina o sulfaniluree può andare incontro a ipoglicemia se modifica bruscamente l'alimentazione senza adeguare la terapia.

In chi assume farmaci della classe SGLT2-inibitori, la dieta chetogenica deve essere evitata per il rischio di chetoacidosi, anche con glicemia non particolarmente elevata.

E il colesterolo?

Qui emerge uno degli aspetti più discussi.

La dieta chetogenica può ridurre i trigliceridi e aumentare il colesterolo HDL, ma in alcune persone provoca anche un aumento significativo del colesterolo LDL.

Una revisione sistematica e metanalisi pubblicata nel 2024 su 27 studi randomizzati ha osservato miglioramenti di peso, trigliceridi e glicemia, accompagnati però da un aumento medio del colesterolo LDL.

Questo significa che non possiamo giudicare una dieta soltanto da quanti chilogrammi fa perdere: dobbiamo considerare il rischio cardiovascolare complessivo.

Quali sono gli effetti indesiderati?

Durante l'adattamento possono comparire:

  • cefalea e stanchezza;
  • nausea e disturbi gastrointestinali;
  • stitichezza, spesso legata alla riduzione delle fibre;
  • maggiore perdita di acqua e alterazioni degli elettroliti;
  • possibili carenze nutrizionali se la dieta è poco variata.

In alcuni soggetti possono verificarsi problemi più rilevanti, soprattutto quando esistono patologie pregresse, terapie farmacologiche o un'alimentazione squilibrata.

Chi dovrebbe evitarla?

Le diete fortemente restrittive in carboidrati non sono generalmente raccomandate in gravidanza e allattamento, nei bambini al di fuori di specifici protocolli terapeutici, nelle persone con malattie renali o disturbi del comportamento alimentare.

Sono inoltre necessarie valutazioni specialistiche in caso di malattie epatiche, importanti alterazioni lipidiche, patologie cardiovascolari o terapia con farmaci che possono interagire con il cambiamento metabolico.

Non bisogna confondere la dieta chetogenica seguita autonomamente per dimagrire con i protocolli chetogenici clinici, che hanno indicazioni, composizione e controlli specifici.

La chetogenica è utilizzata anche come terapia?

Sì. Esiste un impiego medico consolidato delle terapie dietetiche chetogeniche in alcune forme di epilessia farmacoresistente, soprattutto in età pediatrica.

In questi casi non si tratta di una dieta dimagrante, ma di una terapia nutrizionale gestita da un'équipe specialistica.

La presenza di indicazioni terapeutiche precise non significa che la stessa dieta sia adatta indiscriminatamente a tutta la popolazione.

Dieta mediterranea o chetogenica?

Aspetto Mediterranea Chetogenica
Carboidrati Presenti, preferibilmente integrali e ricchi di fibre Fortemente ridotti
Dimagrimento Efficace se personalizzata e sostenibile Spesso rapido inizialmente
Protezione cardiovascolare Evidenze cliniche consolidate Effetti variabili; possibile aumento LDL
Fibre alimentari Generalmente abbondanti Da pianificare attentamente
Mantenimento nel tempo Generalmente più flessibile Spesso impegnativo per le restrizioni

Il nostro giudizio

La dieta chetogenica non è una truffa e non è necessariamente una cattiva dieta. Può essere uno strumento terapeutico utile in situazioni selezionate.

Ma non è una soluzione miracolosa, non è indispensabile per perdere peso e non dovrebbe essere proposta come scelta universale.

Se l'obiettivo è migliorare stabilmente salute metabolica, peso corporeo e rischio cardiovascolare, un modello alimentare mediterraneo, adattato alle necessità della persona, rimane generalmente una scelta più semplice da sostenere e meglio documentata sul piano della prevenzione.

Il messaggio da ricordare:
La dieta migliore non è quella che fa scendere più velocemente l'ago della bilancia, ma quella che permette di migliorare la salute e mantenere i risultati nel tempo, senza rischi inutili.

Per approfondire

Questo articolo fa parte della serie Il mondo delle diete.

Leggi anche: Dieta mediterranea: è davvero la migliore per la nostra salute?

Fonti scientifiche

  1. American Diabetes Association. Standards of Care in Diabetes 2026, sezione 5. Documento scientifico.
  2. American Diabetes Association. Standards of Care in Diabetes 2026, sezione 8. Obesità e controllo del peso.
  3. Popiolek-Kalisz J. Ketogenic diet and cardiovascular risk. Current Problems in Cardiology, 2024. PubMed.
  4. Impact of the ketogenic diet on cardiovascular disease risk factors. American Journal of Clinical Nutrition, 2024. Articolo scientifico.
  5. International League Against Epilepsy. Ketogenic Diet Therapies. Risorse scientifiche.

Articolo divulgativo. Le informazioni non sostituiscono una valutazione medica e nutrizionale individuale.


Dr Francesco Mellea
medicinaeterritorio.com

Dieta mediterranea: è davvero la migliore per la nostra salute?

 



IL MONDO DELLE DIETE 

Dalla tradizione alimentare calabrese alle ricerche scientifiche: perché la dieta mediterranea è considerata uno dei modelli alimentari più salutari?

«Dottore, ma se seguo la dieta mediterranea posso mangiare la pasta tutti i giorni? E il pane? E un buon piatto di fagioli con un filo d'olio?»

Sono domande semplici, ma raccontano un problema: spesso pensiamo alla dieta come a un elenco di alimenti da eliminare.

Eppure, uno dei modelli alimentari più studiati e raccomandati dalla comunità scientifica non nasce dalle rinunce estreme, ma da una tradizione di cucina quotidiana fatta di cereali, legumi, ortaggi, frutta, olio d'oliva e alimenti consumati con moderazione.

Parliamo della dieta mediterranea. Ma è davvero migliore delle altre? Quali vantaggi sono scientificamente dimostrati? E perché oggi molte persone, anche in Calabria, sembrano essersene allontanate?

1. Che cos'è davvero la dieta mediterranea?

Prima di tutto, non è una dieta dimagrante nel significato comune del termine.

È un modello alimentare e culturale, sviluppatosi nelle popolazioni del bacino mediterraneo, caratterizzato dalla prevalenza di alimenti vegetali, dall'utilizzo dell'olio d'oliva e da un consumo moderato di molti alimenti di origine animale.

Nel 2010 l'UNESCO ha riconosciuto la dieta mediterranea come patrimonio culturale immateriale dell'umanità.

Il riconoscimento riguarda non soltanto gli alimenti, ma anche la preparazione del cibo, il rapporto con il territorio, la convivialità e la trasmissione delle tradizioni.

Il concetto fondamentale

Non è il singolo alimento a rendere mediterranea una dieta, ma l'insieme delle abitudini alimentari mantenute nel tempo.

2. Quali alimenti la caratterizzano?

Possiamo distinguere tre grandi gruppi, secondo la frequenza con cui gli alimenti dovrebbero trovare posto sulla nostra tavola.

DA PRIVILEGIARE

Verdure, frutta, legumi, cereali preferibilmente integrali, olio extravergine d'oliva, acqua e frutta secca non salata in quantità appropriate.

CONSUMO REGOLARE E MODERATO

Pesce, latte e yogurt, uova, carni bianche e formaggi, con frequenze e porzioni adeguate alle esigenze individuali.

DA LIMITARE

Carni lavorate, eccessi di carne rossa, prodotti molto salati, dolci, bevande zuccherate e alimenti ricchi di grassi saturi.

Queste indicazioni non sono divieti assoluti. La frequenza di consumo e le quantità restano decisive.

3. Quali benefici sono dimostrati dalla scienza?

La dieta mediterranea è fra i modelli alimentari più studiati.

Una delle ricerche più importanti è lo studio spagnolo PREDIMED, condotto su persone ad alto rischio cardiovascolare.

Lo studio ha confrontato due gruppi assegnati a una dieta mediterranea, uno con un'integrazione di olio extravergine d'oliva e l'altro con frutta secca, rispetto a un gruppo che riceveva consigli per una dieta povera di grassi.

I risultati, ripubblicati nel 2018 dopo la correzione di irregolarità nelle procedure di randomizzazione, hanno mostrato una minore incidenza di eventi cardiovascolari maggiori nei gruppi mediterranei.

Le stime indicavano una riduzione relativa del rischio di circa il 28–31%, rispetto al gruppo di controllo. Il risultato riguarda la popolazione ad alto rischio studiata e non deve essere interpretato come una riduzione automatica del rischio per ogni persona.

Le linee guida nazionali italiane sulla dieta mediterranea, pubblicate tra il 2025 e il 2026, sostengono il suo ruolo nella prevenzione cardiovascolare e nella riduzione di alcuni esiti metabolici sfavorevoli.

Cuore e arterie

Il modello mediterraneo è associato a una minore incidenza di diverse malattie cardiovascolari. Le evidenze comprendono sia studi osservazionali sia studi di intervento.

Diabete di tipo 2

Una maggiore aderenza alla dieta mediterranea è associata a un minor rischio di sviluppare diabete di tipo 2. Può inoltre contribuire al miglioramento del controllo metabolico in persone che ne sono già affette.

Cervello e memoria

Alcuni studi hanno osservato associazioni favorevoli tra alimentazione mediterranea e salute cognitiva. Tuttavia, non possiamo affermare che questa dieta prevenga con certezza la demenza nel singolo individuo.

Tumori

Le ricerche suggeriscono associazioni fra maggiore aderenza alla dieta mediterranea e minore incidenza di alcuni tumori. La forza delle prove varia in relazione alla specifica neoplasia. Non si tratta di una garanzia di protezione né di una terapia oncologica.

4. La dieta mediterranea fa dimagrire?

Non necessariamente.

È possibile seguire un'alimentazione mediterranea molto salutare senza perdere peso. Se le calorie introdotte superano stabilmente il fabbisogno energetico, anche questa dieta può favorire un aumento ponderale.

L'olio extravergine d'oliva, per esempio, è una fonte importante di grassi prevalentemente insaturi, ma rimane un alimento ad alta densità energetica.

Lo stesso vale per frutta secca, pane e pasta: possono far parte di una sana alimentazione, ma quantità e contesto contano.

Una distinzione importante

Dieta salutare e dieta ipocalorica non sono sinonimi. Per dimagrire occorre adattare l'apporto energetico alle necessità della persona, preservando l'adeguatezza nutrizionale.

5. La Calabria ha una tradizione mediterranea

Pensiamo a una cucina semplice: pasta e ceci, fagioli con verdure, minestre di legumi, cicoria, bietole, broccoli, pomodori, pane, pesce azzurro e olio extravergine d'oliva.

Molti di questi alimenti, familiari alle generazioni precedenti, rappresentano ancora oggi ottime basi per un'alimentazione equilibrata.

Ma dobbiamo evitare un equivoco: non tutto ciò che appartiene alla tradizione calabrese è automaticamente salutare.

Salumi, formaggi stagionati, fritti e dolci tradizionali possono trovare occasionalmente posto nell'alimentazione, ma un consumo eccessivo non è coerente con i principi di equilibrio e moderazione.

Recuperare la dieta mediterranea significa recuperare soprattutto la frequenza degli alimenti vegetali, la semplicità dei piatti e la moderazione delle porzioni.

6. Un esempio di giornata mediterranea

Proviamo a immaginare una giornata alimentare costruita con ingredienti facilmente reperibili nei nostri mercati.

Colazione
Yogurt bianco naturale, frutta di stagione e una piccola porzione di fiocchi d'avena.

Pranzo
Pasta e ceci, accompagnata da verdure di stagione e olio extravergine d'oliva.

Spuntino
Un frutto fresco e una piccola porzione di frutta secca non salata.

Cena
Sarde al forno, verdure cotte o crude e una porzione di pane preferibilmente integrale.

È un semplice esempio illustrativo, non una prescrizione dietetica. Le quantità devono essere adattate all'età, all'attività fisica, allo stato nutrizionale e alle eventuali patologie.

7. I cinque errori più comuni

Primo errore: pensare che la pasta faccia sempre ingrassare.
La pasta non è incompatibile con una dieta salutare. Contano quantità, condimento e composizione complessiva dei pasti.

Secondo errore: considerare l'olio d'oliva privo di calorie.
È un grasso da privilegiare rispetto a molte alternative, ma va utilizzato in quantità appropriate.

Terzo errore: mangiare poca verdura e pochi legumi.
Sono alimenti centrali nel modello mediterraneo, non semplici contorni occasionali.

Quarto errore: confondere mediterraneo con abbondante.
Porzioni eccessive possono favorire il sovrappeso anche quando gli ingredienti sono di qualità.

Quinto errore: credere che basti mangiare bene per mantenersi sani.
Attività fisica, sonno, astensione dal fumo e controllo dei fattori di rischio restano fondamentali.

8. La nostra valutazione scientifica

In questa serie ogni dieta sarà esaminata utilizzando gli stessi cinque criteri.

Efficacia sul peso
Può favorire il controllo ponderale, ma il dimagrimento richiede un adeguato bilancio energetico.
Benefici per la salute
Documentati soprattutto nella prevenzione cardiovascolare, con evidenze favorevoli anche in ambito metabolico.
Sicurezza
Generalmente elevata se il piano è equilibrato e adeguato ai bisogni individuali.
Sostenibilità
Potenzialmente elevata, grazie alla varietà degli alimenti e alla compatibilità con la cucina quotidiana.
Qualità delle prove scientifiche
Complessivamente solida per vari esiti cardiovascolari; variabile per altri risultati clinici.
Il nostro giudizio: CONSIGLIABILE

La dieta mediterranea rappresenta un modello alimentare di riferimento per la maggior parte degli adulti. Non è una soluzione miracolosa, ma dispone di una base scientifica più consistente rispetto a molte diete commerciali. Deve comunque essere adattata alle necessità della persona.

9. È davvero la migliore dieta del mondo?

È certamente uno dei modelli alimentari più studiati e con maggiori evidenze di benefici per la salute.

Ma definirla la migliore in assoluto sarebbe eccessivo. Esistono altri modelli alimentari salutari, anche in culture molto diverse dalla nostra.

La sua forza sta soprattutto nella combinazione di alimenti vegetali, qualità dei grassi, varietà, moderazione e possibilità di mantenerla per molti anni.

E forse il suo insegnamento più importante è proprio questo: mangiare bene non significa necessariamente seguire regole complicate o rinunciare al piacere della tavola.

IL MONDO DELLE DIETE

Questo articolo fa parte della serie dedicata alle diete buone, cattive, strane, vicine e lontane.

Leggi l'articolo inaugurale: perché esistono tante diete?
Nota sanitaria

Le indicazioni presentate sono di carattere divulgativo. In presenza di malattie croniche, malnutrizione, gravidanza, disturbi alimentari o necessità nutrizionali specifiche, il piano alimentare deve essere personalizzato con un professionista sanitario qualificato.

Fonti scientifiche

  1. CREA. Linee guida per una sana alimentazione, revisione 2018, pubblicazione 2019. Documento ufficiale .
  2. Estruch R et al. Primary Prevention of Cardiovascular Disease with a Mediterranean Diet Supplemented with Extra-Virgin Olive Oil or Nuts. New England Journal of Medicine, 2018. DOI: 10.1056/NEJMoa1800389. Studio PREDIMED .
  3. 2025 National Guidelines on the Mediterranean Diet: Executive Summary of a Joint Report by Italian Scientific Societies and the National Institute of Health Task Force on Clinical Practice Guidelines. PubMed .
  4. World Health Organization. Healthy diet, 26 gennaio 2026. Scheda OMS .
  5. Commissione Nazionale Italiana per l'UNESCO. Dieta Mediterranea. Patrimonio culturale immateriale .
Dr Francesco Mellea
medicinaeterritorio.com

lunedì 2 novembre 2026

Perché esistono tante diete se tutte promettono di farci stare meglio



NUOVA SERIE · IL MONDO DELLE DIETE

Perché esistono tante diete se tutte promettono di farci stare meglio?

Diete buone, cattive, strane, vicine e lontane: un viaggio fra scienza, mode e falsi miti.

«Dottore, quale dieta mi consiglia?»

È una domanda che ogni medico si sente rivolgere frequentemente. Ma la risposta non è così semplice.

La dieta mediterranea promette salute e longevità. La chetogenica propone di ridurre drasticamente i carboidrati. La dieta Atkins privilegia proteine e grassi. La Dukan procede attraverso fasi alimentari precise. Alcune diete assegnano punti agli alimenti, altre li dividono per colori. Il digiuno intermittente, invece, si concentra soprattutto sugli orari dei pasti.

E poi ci sono le diete dei gruppi sanguigni, quelle alcaline, le diete disintossicanti, quelle ispirate agli abitanti di Okinawa e quelle che escludono intere categorie di alimenti.

Come possono esistere tante proposte differenti, e talvolta contraddittorie, se tutte dichiarano di farci stare meglio?

Dimagrire significa necessariamente essere più sani?

Non sempre. Una dieta può determinare una riduzione del peso corporeo senza garantire, per questo, un miglioramento complessivo della salute.

Una restrizione calorica marcata può far scendere rapidamente il numero sulla bilancia, ma può comportare anche perdita di massa muscolare, insufficiente apporto di nutrienti e difficoltà nel mantenere i risultati.

Al contrario, un modello alimentare equilibrato può migliorare la qualità dell'alimentazione e alcuni fattori di rischio cardiovascolare anche quando la perdita di peso è modesta.

Un concetto da ricordare

Una dieta efficace non si giudica soltanto dai chili persi, ma anche dalla sua sicurezza, dai benefici sulla salute e dalla possibilità di seguirla nel tempo.

La stessa dieta non va bene per tutti

Un giovane sportivo, una donna in gravidanza, un adulto con diabete e una persona di 80 anni hanno esigenze nutrizionali differenti.

Nell'anziano, per esempio, una dieta troppo restrittiva può contribuire alla perdita di muscolo, aumentando il rischio di fragilità e di riduzione dell'autonomia.

Chi soffre di malattie renali, assume farmaci per il diabete o presenta altre patologie potrebbe avere bisogno di un piano alimentare personalizzato e di controlli clinici.

Non basta chiedersi se una dieta funziona: bisogna domandarsi per chi, per quale obiettivo, con quali rischi e per quanto tempo.

Che cosa dice la ricerca scientifica?

Le evidenze disponibili invitano a diffidare delle soluzioni universalmente valide.

Una revisione Cochrane pubblicata nel 2022 ha confrontato diete dimagranti a basso contenuto di carboidrati con diete a contenuto equilibrato di carboidrati.

Nei periodi studiati, fino a due anni, le differenze medie nella perdita di peso sono risultate generalmente piccole o assenti. Anche per diversi indicatori di rischio cardiovascolare non sono emerse differenze importanti.

Le linee guida italiane del 2026 sul sovrappeso e sull'obesità non suggeriscono l'impiego routinario della dieta chetogenica al posto delle diete equilibrate, come quella mediterranea. Si tratta di una raccomandazione condizionale, fondata su prove di certezza molto bassa: non significa che la chetogenica sia sempre inefficace o controindicata.

Il messaggio non è che tutte le diete siano equivalenti, ma che occorre distinguere i risultati documentati dalle promesse pubblicitarie.

Le quattro caratteristiche di una dieta sana

Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità, una dieta salutare dovrebbe rispettare quattro principi fondamentali:

1. Adeguatezza.
Fornire energia e nutrienti sufficienti a soddisfare i bisogni dell'organismo.

2. Equilibrio.
Mantenere un rapporto appropriato fra energia introdotta, energia consumata e principali nutrienti.

3. Moderazione.
Limitare gli eccessi di alimenti e componenti che possono danneggiare la salute.

4. Varietà.
Consumare alimenti diversi per ottenere un apporto nutrizionale più completo.

Questi principi possono essere applicati a differenti culture alimentari. Non esiste un unico menù salutare, identico per tutti i popoli del mondo.

Le diete vicine: che cosa resta della nostra tradizione mediterranea?

In Calabria abbiamo a disposizione molti ingredienti tipici della tradizione mediterranea: legumi, verdure di stagione, olio extravergine d'oliva, cereali, frutta, pesce azzurro e frutta secca.

Ma la cucina tradizionale comprende anche salumi, formaggi stagionati, dolci e preparazioni particolarmente ricche di sale e calorie.

Non tutto ciò che è tradizionale è automaticamente salutare, così come non tutto ciò che è moderno è dannoso.

Nella nostra serie cercheremo di recuperare gli aspetti migliori dell'alimentazione mediterranea, senza idealizzare il passato e senza demonizzare il piacere della tavola.

Come valuteremo le diete

Per evitare giudizi superficiali, esamineremo ogni modello alimentare utilizzando cinque domande.

1. Efficacia
Aiuta a raggiungere gli obiettivi? I risultati sono mantenuti nel tempo?
2. Benefici per la salute
Migliora glicemia, pressione arteriosa, colesterolo o altri esiti clinici?
3. Sicurezza
Può provocare carenze nutrizionali, effetti indesiderati o rischi particolari?
4. Sostenibilità
È compatibile con la vita quotidiana, i gusti personali e le possibilità economiche?
5. Solidità delle prove scientifiche
Le conclusioni derivano da studi affidabili oppure soprattutto da testimonianze e affermazioni commerciali?

Il nostro viaggio: dalle diete famose a quelle più insolite

Nei prossimi articoli esploreremo sei grandi famiglie di regimi alimentari.

  • Le diete della salute: mediterranea, DASH, MIND e nordica.
  • Le diete dimagranti: Atkins, Dukan, chetogenica e digiuno intermittente.
  • Le diete con regole particolari: dieta a punti, a zona, dei colori e dissociata.
  • Le diete lontane: alimentazione di Okinawa, tradizioni giapponesi e modelli alimentari associati alla longevità.
  • Le diete strane e controverse: gruppi sanguigni, detox, carnivora e alcalina.
  • Le diete della vita reale: alimentazione vegetale, nutrizione dell'anziano e tradizione calabrese.

Non assegneremo etichette di «buona» o «cattiva» prima di aver esaminato le prove. Distingueremo i regimi consigliabili da quelli utili soltanto in particolari situazioni e da quelli privi di sufficienti basi scientifiche.

Una domanda prima di mettersi a dieta

Prima di iniziare un nuovo regime alimentare, forse dovremmo porci una domanda diversa da quella abituale.

«Voglio perdere peso rapidamente oppure voglio costruire un modo di mangiare che mi aiuti a vivere meglio nei prossimi anni?»

Le due cose possono coincidere, ma non necessariamente.

Una sana alimentazione non dovrebbe essere vissuta come una punizione, né trasformarsi in una successione interminabile di divieti.

Dovrebbe aiutarci a conservare salute, autonomia, massa muscolare, piacere del cibo e qualità della vita.

Con questa nuova serie cercheremo di capire quali diete mantengono davvero le loro promesse.

Una precisazione importante

Questi articoli hanno finalità informative. Le diete fortemente restrittive e i cambiamenti alimentari in presenza di patologie, terapie farmacologiche, gravidanza, fragilità o disturbi del comportamento alimentare richiedono una valutazione professionale individuale.

Fonti scientifiche

  1. World Health Organization. Healthy diet. Aggiornamento 26 gennaio 2026. Consulta la scheda OMS .
  2. CREA. Linee guida per una sana alimentazione. Revisione 2018, pubblicazione 2019. Consulta le linee guida italiane .
  3. Naude CE et al. Low-carbohydrate versus balanced-carbohydrate diets for reducing weight and cardiovascular risk. Cochrane Database of Systematic Reviews, 2022. Leggi la sintesi della revisione .
  4. Italian clinical practice GRADE-based guidelines on the diagnosis and treatment of overweight and obesity, endorsed by the Italian National Institute of Health. Eating and Weight Disorders, 2026. Consulta la pubblicazione .
Dr Francesco Mellea

 

La guida completa per capire il Diabete:
14 domande, 14 risposte

 


La guida completa per capire il diabete, mangiare con equilibrio, vivere meglio e prevenire le complicanze.

«Dottore, potrei avere il diabete senza saperlo? Posso mangiare la pasta? Devo rinunciare ai dolci? E quali controlli devo fare?»

Sono domande che ascoltiamo frequentemente negli studi medici.

Per rispondere abbiamo preparato una raccolta di 14 articoli divulgativi, con spiegazioni accessibili, indicazioni scientifiche ed esempi pratici legati anche alla tradizione alimentare mediterranea del Sud Italia.

Questa pagina è l'indice della serie: scegli l'argomento che ti interessa e apri l'articolo corrispondente.

Un consiglio

Non è necessario leggere tutti gli articoli in ordine. Puoi iniziare dalla domanda che ti interessa e tornare a questa guida quando vuoi.

1. Conoscere il diabete

01 · Posso avere il diabete senza saperlo?

Il diabete di tipo 2 può svilupparsi lentamente e rimanere a lungo senza sintomi. Scopri quando è utile controllare la glicemia.
Leggi l'articolo →

02 · Qual è il mio rischio di sviluppare il diabete?

Il questionario FINDRISC aiuta a stimare il rischio di sviluppare il diabete di tipo 2 nei prossimi dieci anni. Non è un test diagnostico.
Apri il questionario →

03 · Ho la glicemia a 110: sono diabetico?

Cosa significano i valori della glicemia a digiuno e quando sono necessari ulteriori accertamenti.
Leggi l'articolo →

04 · Il prediabete può regredire?

Quali cambiamenti dello stile di vita possono ridurre il rischio di evoluzione verso il diabete di tipo 2.
Leggi l'articolo →

05 · Diabete di tipo 1 e tipo 2: quali differenze?

Due forme diverse di diabete, con meccanismi, caratteristiche e trattamenti differenti.
Leggi l'articolo →

2. Mangiare con il diabete

Un'alimentazione equilibrata non richiede necessariamente di abbandonare i sapori della tradizione. Conta soprattutto conoscere gli alimenti, le porzioni e le combinazioni appropriate.

06 · Posso mangiare pasta, pane e patate?

Come inserire questi alimenti nella dieta, prestando attenzione alla quantità complessiva di carboidrati.
Leggi l'articolo →

07 · Quale frutta posso mangiare?

Banane, uva, fichi, mele e altri frutti: come orientarsi senza divieti indiscriminati.
Leggi l'articolo →

08 · Devo rinunciare a dolci, cioccolato e gelato?

Come gestire i dolci occasionali, le porzioni e gli zuccheri aggiunti.
Leggi l'articolo →

09 · Cosa posso mangiare a colazione?

Latte, caffè, pane casereccio, ricotta, yogurt e biscotti: idee per una colazione mediterranea equilibrata.
Leggi l'articolo →

10 · Cosa posso mangiare a pranzo?

Come organizzare il pranzo con pasta, legumi, pesce, verdure e altri alimenti della nostra cucina.
Leggi l'articolo →

11 · Cosa posso mangiare a cena?

Sette idee semplici e gustose per una cena equilibrata, senza rinunciare al piacere della tavola.
Leggi l'articolo →

12 · Cosa mangiare a metà mattina e nel pomeriggio?

Dieci idee per uno spuntino sano e una spiegazione di quando gli spuntini possono essere utili.
Leggi l'articolo →

3. Muoversi per stare meglio

13 · Camminare 30 minuti al giorno abbassa la glicemia?

Perché l'attività fisica migliora la sensibilità all'insulina, quanto camminare e quali precauzioni adottare.
Leggi l'articolo →

4. Prevenire le complicanze

14 · Quali controlli fare per proteggere cuore, reni, occhi e piedi?

Una guida ai controlli periodici, dalla glicata alla funzione renale, dalla retina alla prevenzione del piede diabetico.
Leggi l'articolo →

Il messaggio della nostra guida

Il diabete non si gestisce soltanto evitando lo zucchero. Diagnosi precoce, alimentazione, attività fisica, terapie appropriate e controlli periodici sono parti di un unico percorso di salute.

Gli articoli sono destinati all'informazione e all'educazione sanitaria. Le indicazioni alimentari, i controlli e gli obiettivi di cura devono essere adattati alla persona, soprattutto in caso di terapia insulinica, fragilità o altre malattie.


Dr Francesco Mellea
medicinaeterritorio.com


Diabete: quali controlli fare per proteggere cuore, reni, occhi e piedi?

«Dottore, ho il diabete ma sto bene. Devo fare controlli anche se non ho disturbi?»

La risposta è sì. Il diabete, soprattutto quando dura da molti anni, può danneggiare progressivamente alcuni organi senza provocare sintomi evidenti.

La buona notizia è che molte complicanze possono essere prevenute, ritardate o individuate precocemente attraverso controlli periodici e cure appropriate.

Vediamo quali controlli sono importanti e perché non basta misurare soltanto la glicemia.

1. La glicemia non racconta tutta la storia

Una glicemia a digiuno soddisfacente è certamente un dato positivo, ma non è sufficiente per valutare il controllo del diabete.

L'emoglobina glicata, chiamata anche HbA1c, permette di stimare l'andamento medio della glicemia negli ultimi due o tre mesi.

Per molte persone adulte non in gravidanza si considera un obiettivo di HbA1c inferiore al 7%, ma il valore deve essere personalizzato.

Negli anziani fragili, in presenza di altre malattie o di rischio di ipoglicemia, possono essere appropriati obiettivi meno restrittivi.

In genere l'HbA1c viene controllata circa ogni tre mesi quando la terapia cambia o gli obiettivi non sono raggiunti; in condizioni stabili possono bastare due controlli annuali.

2. Il cuore: controllare pressione e colesterolo

Le persone con diabete presentano un rischio aumentato di malattie cardiovascolari, tra cui infarto e ictus.

Per questo il controllo della pressione arteriosa e del colesterolo è importante quanto quello della glicemia.

Durante le visite è opportuno verificare:

  • Pressione arteriosa.
  • Colesterolo LDL e altri parametri lipidici.
  • Abitudine al fumo.
  • Peso, circonferenza addominale e attività fisica.
  • Presenza di sintomi cardiovascolari.

Per molti adulti con diabete e ipertensione l'obiettivo pressorio è inferiore a 130/80 mmHg, se raggiungibile in sicurezza. Nei soggetti fragili deve essere personalizzato.

Importante: non è necessario eseguire automaticamente elettrocardiogramma, ecocardiogramma o test da sforzo con cadenza annuale in tutte le persone senza sintomi. Gli accertamenti cardiologici dipendono dal rischio individuale e dalle indicazioni cliniche.

3. I reni: due esami che possono fare la differenza

Il diabete può compromettere progressivamente la funzione dei reni.

Le alterazioni renali possono comparire prima che si manifestino gonfiore, stanchezza o altri disturbi.

Gli esami fondamentali sono due:

  • Creatinina nel sangue con stima del filtrato glomerulare (eGFR): indica la capacità dei reni di filtrare il sangue.
  • Rapporto albumina/creatinina nelle urine (UACR): può individuare una perdita anomala di albumina, anche nelle fasi iniziali del danno renale.

Nel diabete di tipo 2 questi controlli sono raccomandati fin dalla diagnosi e almeno una volta all'anno.

Nel diabete di tipo 1, generalmente, lo screening annuale inizia dopo cinque anni di malattia.

Chi presenta una malattia renale già diagnosticata può avere bisogno di controlli più frequenti.

Da ricordare

Un semplice esame urine standard non sostituisce il rapporto albumina/creatinina urinaria. Anche un valore alterato di UACR deve essere interpretato e, quando necessario, confermato dal medico.

4. Gli occhi: la retinopatia può iniziare senza disturbi

Il diabete può danneggiare i piccoli vasi sanguigni della retina.

Nelle prime fasi la retinopatia diabetica può non provocare alcun problema visivo. Aspettare di vedere male significa rischiare di arrivare tardi.

Per le persone con diabete di tipo 2 è raccomandato un esame del fondo oculare alla diagnosi.

Nel diabete di tipo 1, negli adulti, il primo controllo viene generalmente programmato entro cinque anni dall'esordio.

Successivamente la frequenza dipende dai risultati: spesso è annuale; in determinate persone con esami ripetutamente normali e buon compenso si può considerare un intervallo di uno o due anni.

In presenza di retinopatia, i controlli possono diventare più frequenti.

Una normale misurazione della vista non sostituisce lo screening della retina.

5. I piedi: una visita semplice può prevenire problemi gravi

Una delle complicanze più importanti è la neuropatia diabetica, che può ridurre la sensibilità dei piedi.

Piccole ferite, scarpe strette o callosità possono passare inosservate e trasformarsi in lesioni difficili da guarire.

Almeno una volta all'anno è raccomandato un esame completo dei piedi, comprendente:

  • Ispezione della pelle e delle unghie.
  • Valutazione della sensibilità con monofilamento da 10 grammi e altri test neurologici.
  • Controllo dei polsi periferici.
  • Ricerca di deformità e zone di pressione.

Le persone con neuropatia, arteriopatia o precedenti ulcere devono essere controllate più spesso.

Cosa fare ogni giorno a casa?

  • Osservare entrambi i piedi, anche tra le dita.
  • Lavare e asciugare accuratamente i piedi.
  • Indossare scarpe comode e controllarne l'interno.
  • Evitare di camminare scalzi, soprattutto in presenza di perdita di sensibilità.
  • Non trattare autonomamente calli o lesioni con strumenti taglienti.

Una nuova ferita, un piede improvvisamente gonfio, caldo o arrossato, soprattutto in presenza di neuropatia, richiede una valutazione tempestiva.

6. Quali controlli e con quale frequenza?

La tabella seguente riassume un programma orientativo per un adulto con diabete di tipo 2. Le scadenze vanno sempre adattate alla situazione clinica.

Controllo Frequenza orientativa
Emoglobina glicata (HbA1c) Ogni 3–6 mesi, secondo il compenso
Pressione arteriosa A ogni visita di routine o almeno ogni 6 mesi
Profilo lipidico Generalmente annuale; anche prima dopo modifiche terapeutiche
Creatinina, eGFR e UACR Almeno annualmente; più spesso se necessario
Controllo della retina Alla diagnosi e poi generalmente annuale o ogni 1–2 anni in casi selezionati
Valutazione dei piedi Almeno annuale; più frequente nei pazienti a rischio
Revisione dei farmaci, peso e stile di vita Durante i controlli periodici

Schema orientativo per adulti, soprattutto con diabete di tipo 2. Non sostituisce un piano di follow-up personalizzato.

7. La prevenzione non dipende soltanto dagli esami

Gli esami sono strumenti utili, ma prevenire le complicanze richiede anche interventi quotidiani:

  • Seguire un'alimentazione equilibrata, ispirata alla tradizione mediterranea.
  • Camminare regolarmente e praticare attività fisica adeguata.
  • Non fumare.
  • Assumere correttamente i farmaci prescritti.
  • Controllare pressione, colesterolo e glicemia.
  • Rispettare le visite di controllo.

Per alcune persone con diabete di tipo 2 e rischio cardiovascolare o renale elevato, esistono anche terapie con benefici protettivi che vanno oltre la riduzione della glicemia.

La scelta deve essere effettuata dal medico sulla base delle condizioni cliniche, della funzionalità renale e delle eventuali controindicazioni.

8. Quando non aspettare il controllo programmato?

Alcuni sintomi richiedono una valutazione rapida:

  • Perdita improvvisa della vista o alterazioni visive acute.
  • Dolore toracico, difficoltà respiratoria importante o segni di ictus: chiamare immediatamente il 112.
  • Ferita del piede che non guarisce, arrossamento importante o segni di infezione.
  • Improvviso gonfiore e calore di un piede, soprattutto se la sensibilità è ridotta.
  • Ipoglicemie frequenti o gravi.

9. Il ruolo del medico di famiglia

Il medico di medicina generale può contribuire in modo decisivo alla prevenzione delle complicanze, coordinando il programma di controlli, valutando gli esami, aggiornando le terapie e indirizzando agli specialisti quando necessario.

L'obiettivo è evitare che ciascun accertamento rimanga isolato: la salute del paziente va considerata nel suo insieme.

Il messaggio finale

Il diabete può essere controllato e molte sue complicanze possono essere prevenute. Non aspettare che compaiano i sintomi: proteggere cuore, reni, occhi e piedi significa programmare controlli regolari e intervenire tempestivamente quando qualcosa cambia.

Gli articoli della nostra serie sul diabete

Riferimenti scientifici

  1. American Diabetes Association. Retinopathy, Neuropathy, and Foot Care: Standards of Care in Diabetes—2026.
  2. American Diabetes Association. Chronic Kidney Disease and Risk Management: Standards of Care in Diabetes—2026.
  3. American Diabetes Association. Cardiovascular Disease and Risk Management: Standards of Care in Diabetes—2026.
  4. American Diabetes Association. Glycemic Goals, Hypoglycemia, and Hyperglycemic Crises: Standards of Care in Diabetes—2026.

Informazioni divulgative, non sostitutive della valutazione medica individuale.


Dr Francesco Mellea
medicinaeterritorio.com

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Diabete: camminare 30 minuti al giorno può davvero abbassare la glicemia?

Diabete: camminare 30 minuti al giorno può davvero abbassare la glicemia?

«Dottore, ho il diabete. Se cammino tutti i giorni posso migliorare la glicemia senza andare in palestra?»

La risposta è sì. Camminare regolarmente è uno dei modi più semplici, economici ed efficaci per migliorare il controllo metabolico, soprattutto nel diabete di tipo 2.

Non servono necessariamente attrezzature sportive, abbonamenti o percorsi impegnativi. Possiamo cominciare dalle strade del nostro paese, dal lungomare, da una passeggiata in campagna o da un giro nel quartiere.

Ma quanto bisogna camminare? Meglio prima o dopo mangiato? E chi prende farmaci per il diabete deve prestare particolari attenzioni?

1. Perché camminare abbassa la glicemia?

Quando camminiamo, i muscoli utilizzano glucosio per produrre energia.

Durante la contrazione muscolare aumenta la capacità delle cellule di captare glucosio dal sangue anche attraverso meccanismi che non dipendono direttamente dall'insulina.

Con l'attività regolare migliora inoltre la sensibilità all'insulina: l'organismo riesce a utilizzare più efficacemente questo ormone.

Il beneficio non riguarda soltanto la glicemia. Camminare aiuta a controllare il peso, migliora la capacità cardiovascolare, favorisce il benessere psicologico e contribuisce a conservare l'autonomia fisica.

2. Quanto bisogna camminare?

Le raccomandazioni scientifiche indicano, per la maggior parte degli adulti con diabete, almeno 150 minuti settimanali di attività aerobica moderata.

Una possibilità semplice è camminare a passo sostenuto per 30 minuti, cinque giorni alla settimana.

Chi è sedentario, però, non deve cominciare necessariamente con mezz'ora consecutiva.

Può iniziare con 5–10 minuti, aumentare gradualmente e distribuire il movimento nella giornata.

Come riconoscere un'intensità moderata? Durante il cammino il respiro diventa un po' più frequente, ma si riesce ancora a conversare.

3. Meglio camminare dopo mangiato?

Una breve passeggiata dopo il pasto può contribuire a contenere l'aumento della glicemia postprandiale.

Diversi studi hanno osservato un beneficio dell'attività fisica svolta dopo aver mangiato, rispetto al rimanere seduti.

Per esempio, dopo un pranzo con pasta, verdure e una fonte di proteine, una camminata tranquilla di 10–15 minuti può essere un'abitudine utile.

Non deve essere una marcia faticosa e non è necessario camminare immediatamente dopo ogni pasto se vi sono difficoltà fisiche o controindicazioni.

Un consiglio pratico

Dopo pranzo o cena, invece di rimanere sempre seduti, proviamo a fare una breve passeggiata compatibile con le nostre condizioni di salute.

4. Camminare nel nostro territorio: tante possibilità

Nel Sud Italia abbiamo numerose occasioni per muoverci senza trasformare la giornata in un allenamento sportivo.

  • Fare una passeggiata sul lungomare.
  • Raggiungere a piedi il mercato o i negozi vicini.
  • Camminare nelle vie del centro storico, scegliendo percorsi sicuri.
  • Fare una passeggiata in campagna con amici o familiari.
  • Curare l'orto e svolgere attività manuali compatibili con le proprie capacità.
  • Camminare nei parchi e nei boschi durante il fine settimana.

La passeggiata in compagnia ha anche un valore sociale: può aiutare a mantenere la motivazione e migliorare l'umore.

Attenzione, tuttavia: le attività leggere e discontinue, come alcuni lavori domestici o nell'orto, non equivalgono sempre a 30 minuti di camminata a passo sostenuto.

5. Bastano 10 minuti per ottenere un beneficio?

Anche piccoli aumenti del movimento sono utili rispetto alla sedentarietà.

Per una persona che trascorre molte ore seduta, introdurre brevi passeggiate può essere un primo obiettivo concreto.

Le linee guida raccomandano anche di interrompere frequentemente i periodi prolungati da seduti, per esempio alzandosi e muovendosi almeno ogni 30 minuti, quando possibile.

Non è necessario raggiungere subito i 150 minuti settimanali: conta costruire un'abitudine progressiva e duratura.

6. Camminare è sufficiente? Perché servono anche i muscoli

Con l'avanzare dell'età tendiamo a perdere massa e forza muscolare. Questo fenomeno, chiamato sarcopenia, può compromettere la mobilità e l'autonomia.

Il muscolo è anche uno dei principali tessuti che utilizzano il glucosio.

Per questo è utile associare al cammino due o tre sedute settimanali di esercizi di forza, adattati all'età e alle condizioni cliniche.

Per esempio:

  • Alzarsi e sedersi ripetutamente da una sedia stabile.
  • Fare esercizi con piccoli pesi o elastici.
  • Allenare la forza delle gambe e delle braccia.
  • Negli anziani, integrare esercizi di equilibrio per ridurre il rischio di cadute.

Questi esercizi dovrebbero essere introdotti gradualmente e, in presenza di fragilità o limitazioni, con indicazioni professionali.

7. Un programma semplice per cominciare

Per una persona sedentaria, senza limitazioni cliniche rilevanti e dopo aver valutato l'idoneità al movimento, possiamo proporre una progressione orientativa.

Settimana Cammino proposto Obiettivo
1 10 minuti, 5 giorni Creare l'abitudine
2 15 minuti, 5 giorni Aumentare la durata
3 20 minuti, 5 giorni Migliorare la resistenza
4 30 minuti, 5 giorni Raggiungere 150 minuti

Schema puramente orientativo, non una prescrizione individuale. Se compaiono sintomi o difficoltà, la progressione deve essere modificata.

8. Chi ha il diabete deve prendere precauzioni?

Sì, soprattutto quando assume insulina o farmaci che possono provocare ipoglicemia, come alcune sulfaniluree.

L'attività fisica può favorire un abbassamento della glicemia durante lo sforzo e anche nelle ore successive.

È quindi importante concordare con il medico l'eventuale monitoraggio glicemico e gli adattamenti della terapia, senza modificare autonomamente le dosi.

Per le persone a rischio di ipoglicemia è opportuno avere con sé una fonte di zuccheri a rapido assorbimento.

Chi presenta neuropatia, ulcere del piede, retinopatia avanzata, malattie cardiovascolari o importanti limitazioni motorie necessita di un programma personalizzato.

Usare calzature adeguate, controllare i piedi e mantenere una buona idratazione sono precauzioni particolarmente importanti.

Interrompere l'attività e richiedere una valutazione urgente in caso di dolore toracico, svenimento, marcata difficoltà respiratoria o altri sintomi d'allarme.

9. Camminare può sostituire i farmaci?

No. Camminare è parte integrante della cura del diabete, insieme all'alimentazione, all'educazione terapeutica e ai farmaci quando necessari.

L'attività fisica regolare può migliorare il controllo glicemico e, in alcuni casi, contribuire a ridurre il fabbisogno terapeutico, ma qualunque modifica farmacologica deve essere concordata con il curante.

I benefici dipendono dalla continuità, dall'intensità dell'attività, dalle condizioni della persona e da molti altri fattori.

10. Il consiglio finale: scegliere un'attività che possiamo continuare

Non tutti devono correre, andare in palestra o affrontare lunghe escursioni.

Per qualcuno l'obiettivo sarà camminare mezz'ora al giorno. Per un'altra persona, più anziana o fragile, potranno essere preziosi pochi minuti di movimento distribuiti nella giornata.

Il miglior programma non è necessariamente quello più impegnativo, ma quello che possiamo praticare con sicurezza e regolarità.

Da ricordare

Camminare aiuta a gestire il diabete, può ridurre i picchi glicemici dopo i pasti e migliora la salute generale. Per la maggior parte degli adulti, l'obiettivo è arrivare gradualmente ad almeno 150 minuti settimanali di attività moderata, associando esercizi di forza e riducendo il tempo trascorso seduti.

Leggi anche: la nostra serie sul diabete

Riferimenti scientifici

  1. American Diabetes Association. Standards of Care in Diabetes—2026. Facilitating Positive Health Behaviors and Well-being. Diabetes Care, 2026.
  2. American Diabetes Association / European Association for the Study of Diabetes. Management of type 2 diabetes, 2026. A consensus report. Diabetologia, 2026.
  3. Ministero della Salute. Attività fisica e diabete.
  4. After Dinner Rest a While, After Supper Walk a Mile? A Systematic Review with Meta-analysis. 2023.

Questo articolo ha finalità informative. L'attività fisica deve essere adattata alle condizioni cliniche individuali e alla terapia antidiabetica.


Dr Francesco Mellea
medicinaeterritorio.com